Referendum in Calabria: un buco nell’acqua

Il 17 Aprile del 2016 si è svolto in Italia il sedicesimo quesito referendario della storia. Anche se in 9 occasioni si è raggiunto il quorum, in questa occasione la fatidica soglia del 50% degli aventi diritto più uno, non è arrivata. Se il dato nazionale dell’affluenza si è assestato sul bassissimo 31,4%, i risultati specifici della regione Calabria sono ancora più sconcertanti. E già, perchè il territorio calabrese, come pure quello campano, hanno l’aggravante di avere centinaia di chilometri di costa. Se da un lato, la scarsa affluenza alle urne, per i 3 quesiti referendari sulle trivellazioni marine, è in parte giustificabile per regioni come il Trentino Alto Adige, che non possiedono alcuna località balneare, da disaffezione dimostrata dai cittadini calabresi è disarmante.

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Da una  regione bagnata da Tirreno e Jonio, con oltre 780 chilometri di costa ci aspettavamo una maggiore sensibilità della popolazione verso la difesa della risorsa marina. Eppure soltanto il 26,69% è andato a votare e poco importa se oltre il 93% di questi elettori ha espresso la propria preferenza verso il Sì e quindi verso un ridimensionamento dell’utilizzo delle stazioni per la ricerca di idrocarburi oltre le 12 miglia. La Calabria ha perso e con lei l’idea di un cambiamento reale delle politiche regionali in favore dell’ambiente.

Ancora più significativo è come il colpo più pesante di questa disfatta passi per il capoluogo Reggio Calabria. Nella città in cui si incontrano mar Jonio e Tirreno, nella sede culturale in cui sono custoditi i magnifici bronzi di Riace, è andato a votare per il referendum abrogativo sulle trivelle appena il 22,2% dei residenti. Un dato che ha reso ancora più palese il disinnamoramento dei cultori del peperoncino verso la politica.

Un fallimento nato nel 2011

Era già successo con il referendum dell’acqua infatti che la Calabria dimostrasse la scarsa propensione ai temi politici, soprattutto quando si tratta di abrogare le leggi. Con i 4 quesiti del 27 Giugno 2011, nonostante a livello nazionale si fosse raggiunto abbastanza agevolmente il quorum, ben 3 province sulle solo 8 in cui non si era raggiunto il quorum, erano calabresi. Questo triste record spettava alle città di Vibo, Crotone e appunto Reggio Calabria. Il successo a livello nazionale del SI’ aveva in parte nascosto questo dato, di cui le stesse associazioni territoriali in difesa dell’acqua pubblica, come Acqua Bene Comune, si erano lamentate.

E’ proprio da questa considerazione che dovranno ripartire le iniziative locali per rilanciare un’immagine migliore della cultura calabrese. E’ ingiustificabile che temi come la difesa pubblica della risorsa acqua e la maggiore tutela dell’habitat marino siano appannaggio di altre regioni del Nord. La natura è un patrimonio dell’umanità e non potrà essere messo a repentaglio da multinazionali che si disinteressano per la qualità dei pesci che mangiamo o del prezzo dell’acqua che beviamo dai nostri rubinetti di casa. Il discorso ecologista dovrà diventare parte integrante delle vite di ogni cittadino che vive in Calabria e che mostra di avere a cuore il futuro dei propri figli. Anche perchè, basta distrarsi un po’ e i politici rischiano di rimettere in discussione anche il parere popolare espresso mediante referendum.

Sta accadendo in questo periodo proprio con l’acqua pubblica, come dimostrano le dichiarazioni di apertura espresse dal governo Renzi in favore di una gestione privata dell’erogazione dell’acqua. Questo è inaccettabile, ma se noi calabresi continuiamo a non votare e delegare chi governa, stiamo implicitamente rendendoci responsabili di un danno ambientale che avrà conseguenze sulla nostra salute e sulle nostre tasche. Speriamo vivamente che dove non arrivi lo spauracchio dei danni ambientali, arrivi la consapevolezza di un cittadino, allarmato dalla concreta possibilità di pagare bollette idriche ben più alte, come infatti potrebbe avvenire con la privatizzazione di questo bene dell’Umanità.

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